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13 Nov 2025

Studi su Manfroce

Concerto con musiche di Manfroce
Solisti e orchestra del Conservatorio di Musica di Vibo Valentia
M° Direttore e concertatore: Eliseo Castrignanò

13 novembre 2025 Esporta il calendario

Palmi: Teatro Manfroce

Piazza Giacomo Matteotti
Palmi, 89015 Italia

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Scheda

novembre 13 @ 18:30 - 20:00

Organizzatore

Amici della Musica Manfroce APS
Email: contatto@amicimusicapalmi.it
Sito web: www.amicimusicapalmi.it

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Programma del concerto

Nicola Antonio Manfroce (1791-1813)

da Ecuba, tragedia lirica in tre atti su libretto di Giovanni Schmidt (1812):

  • Sinfonia
  • atto I – scena I, recitativo e aria di Polissena “Oppresse dal dolore”

Polissena: Maria Pia Guerrera
Teona: Chiara Aracri

  • atto II – scena II-III, aria di Ecuba “Figlio mio! Vendetta avrai!

Ecuba: Benedetta La Rosa

Quando mai tiranne stelle, aria per soprano e orchestra
Semiramide: Giulia Pollice

L’estremo addio, spietato, duetto per due soprani e orchestra
Interpreti: Maria Pia Guerrera e Chiara Aracri

No, che non può difenderlo, scena e aria per soprano e orchestra (1809)
Giunone: Silvia Molinaro

Domenico Giannetta (1974)

Costellazione d’Autunno, lied per mezzosoprano e orchestra su testo di Guillaume Apollinaire (2007)
Voce: Federica Lacquaniti

Nicola Antonio Manfroce (1791-1813)

da Alzira, opera in due atti su libretto di Gaetano Rossi (1810):

  • Sinfonia

***

Le composizioni di Manfroce eseguite sono pubblicate dalle Edizioni del Conservatorio di Musica Fausto Torrefranca nella collana Nicola Antonio Manfroce – Le Opere

Orchestra del Conservatorio di Musica di Vibo Valentia
M° Direttore e concertatore: Eliseo Castrignanò

Introduce: Domenico Giannetta


Descrizione delle composizioni eseguite

Il concerto si apre con tre brani tratti dall’opera Ecuba, tragedia lirica in tre atti di Nicola Antonio Manfroce (1791-1813) su libretto di Giovanni Schmidt rappresentata per la prima volta il 13 dicembre 1812 presso il Teatro San Carlo di Napoli. Subito dopo la Sinfonia con cui si apre l’opera, verrà eseguita la scena prima del primo atto, che vede come protagonista il personaggio di Polissena, figlia di Ecuba e Priamo. Nonostante Achille abbia appena ucciso suo fratello Ettore, Polissena rivela alla fida ancella Teona di essersi innamorata proprio dell’eroe greco. La scena mostra tutta la maestria del giovane compositore nel riuscire a trasmettere i dubbi e i tormenti di Polissena con improvvisi cambi di orchestrazione particolarmente efficaci. La scena si chiude con la cavatina di Polissena “Oppresse dal dolore”, una delle pagine più note dell’opera.

A seguire ci spostiamo nel secondo atto, dove troviamo il personaggio di Ecuba che, nonostante le resistenze della figlia, tenta di convincerla a uccidere Achille durante la prima notte di nozze, vendicando così l’uccisione di Ettore. L’aria “Figlio mio, vendetta avrai!”, di ampie proporzioni, è una delle più discusse dell’opera, soprattutto a causa della presenza dell’arpa obbligata, una scelta apparentemente non coerente con il clima espressivo particolarmente drammatico espresso dal testo.

L’aria “Quando mai tiranne stelle” è invece un brano la cui origine è avvolta nel mistero. L’unico manoscritto giunto fino a noi è conservato presso il Museo Cilea-Manfroce di Palmi, città natale del compositore. Di recente è stato ipotizzato che possa trattarsi dell’unico brano superstite della cantata Armida, su libretto di Jacopo Ferretti, che Manfroce aveva composto per il concerto a beneficio della cantante Adelaide Malanotte. Questo concerto si tenne a Roma nel novembre 1810, poche settimane dopo la prima rappresentazione dell’Alzira, la prima opera di Manfroce, nel cui cast era presente proprio la Malanotte, insieme alla celebre Isabella Colbran.

Il duetto “L’estremo addio, spietato” è anch’esso di origine incerta, e anche questo, come il precedente, è stato riscoperto di recente e pubblicato da Domenico Giannetta nella collana da lui ideata per le Edizioni del Conservatorio di Musica Fausto Torrefranca. Il manoscritto è conservato presso la British Library di Londra, e per lungo tempo si è pensato che fosse ciò che rimaneva della presunta opera di Manfroce Piramo e Tisbe. Oggi questa ipotesi sembra priva di fondamento – non abbiamo alcuna attestazione concreta della rappresentazione di questa fantomatica opera – per cui si presume che il duetto possa essere un semplice lavoro di scuola realizzato dal nostro durante gli anni di apprendistato a Napoli o a Roma.

La genesi della scena e aria “No, che non può difenderlo”, invece, può essere ricostruita con grande precisione, e rappresenta il debutto ufficiale del compositore sulle scene. Nel 1809, infatti, l’impresario Domenico Barbaja, da poco nominato responsabile unico dei teatri napoletani, commissionò al poeta Gabriele Rossetti un testo celebrativo per festeggiare il 40° compleanno di Napoleone (siamo nella Napoli murattiana), e affidò quindi al giovanissimo compositore calabrese (all’epoca diciottenne) il compito di mettere in musica il brano in questione, che venne quindi interpretato da Carolina Massei, all’epoca primo soprano della compagnia del San Carlo. Il successo fu enorme, e il brano stesso godette di grande fortuna anche grazie alla pubblicazione avvenuta nel 1810 in un’antologia realizzata dalla neonata Casa Ricordi, che gli garantì una diffusione su tutto il territorio della penisola.

“Costellazione d’autunno” è l’unico brano del concerto non scritto da Manfroce. Si tratta di un lied per voce e orchestra composto da Domenico Giannetta nel 2006. Le atmosfere crepuscolari suggerite dalla poesia di Guillaume Apollinaire sono rese con un’orchestrazione densa di contrappunti di ispirazione straussiana, dove particolare risalto ricevono gli strumenti a fiato e l’arpa, mentre il canto si integra perfettamente con il tessuto sinfonico.

A conclusione del concerto verrà eseguita la Sinfonia di Alzira, opera in due atti che venne rappresentata per la prima volta al Teatro Valle di Roma il 10 ottobre 1810. Scritta su un libretto di Gaetano Rossi (già messo in musica da Zingarelli, maestro di Manfroce) rielaborato per l’occasione da Jacopo Ferretti, l’opera segnò il debutto di Manfroce nel genere, e venne accolta con grande successo, come dimostrano le numerose repliche avvenute negli anni successivi in diversi teatri italiani, da Milano a Napoli.